Literature In Los Angeles

Archive for December, 2011|Monthly archive page

VIOLETA

In POETRY on December 30, 2011 at 3:34 pm


Ti raccolgono
su un marciapiede senza via
in un buio senza frontiere

ti scaricano
sul ciglio di un fuoco spento
ai margini di stelle rivoltate

fiore stropicciato
fra elastici sgozzati
risa di dolore
pene di sapone.

Poesia di Liliana Isella.

Photo: Frances Cobain by Hedi Sliman.

Advertisements

ALICE L’ALBERO FELICE

In DRAGONFLY IN THE NIGHT by Benedetta Tagliaferri on December 17, 2011 at 3:39 pm

Photobucket

Tobias era un bimbo silenzioso, a cui piaceva passare tempo da solo, in contemplazione di tutto ció che lo circondava.
Non giocava mai con gli altri bambini, preferiva rincorrere le api e contare le formichine indaffarate.

Per il giorno del suo quinto compleanno la sua mamma gli regaló un vasetto, in cui c’era un semino che un giorno sarebbe diventato albero.
Per Tobias non poteva esserci regalo piú meraviglioso!

Lo portava con sé ovunque, a scuola, a cena, a letto.
Osservava giorno dopo giorno come quel semino passava da essere  un filino timido e magrolino, ad un coraggioso stelo con foglioline curiose.
Lo innaffiava e proteggeva dalle intemperie, gli raccontava fiabe e lo coccolava.

Passó tempo e la piantina inizió a star stretta dentro al vasetto, per cui la mamma gli consiglió di cercare il posto ideale per piantarlo e lasciarlo diventare l’albero che aspettava d’essere.

Cosicché Tobias passó le sue giornate cercando il posto perfetto per il suo amico prediletto.
E lo trovó, al cospetto di un fiumiciattolo, protetto dallo smog e dai rumori cittadini che sapeva essere per gli alberi dannosi.

Lo piantó, innaffió, rassicuró: “torneró sempre da te, amichetto.”
E cosí fece.

Tobias e Alice l’Albero Felice crescerono l’uno appoggiato all’altro, conversando su tutto, osservando il mondo, contemplando il fiumiciattolo, promettendosi reciprocamente d’essere pesciolini in un altra vita per poter essere uguali e per sempre assieme.

Ma un brutto giorno Tobias, giá grandicello, ricevette la notizia di dover partire, per forse mai piú tornare.
Si negó, ma non poté rifiutare.
Con gli occhi pieni di lacrime corse da Alice e gli raccontó la situazione, spiegandogli che se ne doveva andare.

Prima di lasciarlo, lo rassicuró: ‘‘Aspettami, torneró sempre da te, amichetto.”
E correndo con le lacrime agli occhi lo lasció.
Alice, non volendo separarsi, si inclinó verso di lui, tendendo i rami per trattenerlo.

Tobias viaggió per luoghi lontani e bui; la guerra si portava via le persone e la sua anima piangeva di dolore.
Non voleva lottare, voleva solo tornare presto dal suo albero.

Ed Alice, che non ricordava piú com’era essere felice, cercava a tutti i costi di muovere le sue radici verso l’orizzonte che si era portato via il suo piú grande amico.
E tanto si sforzó che le radici uscirono dalla terra e, cosí debole dalla tristezza, i suoi rami non lo sostennero e cadde.
Il fiumiciattolo passo` sotto di lui come gli anni passavano attraverso i suoi occhi tristi, e se lo porto` via.

Tobias, giá ometto e sempre piú silenzioso, scappó da quiei deserti infelici ed intraprese il ritorno al suo villaggio.
Fu un viaggio lungo ed estenuante e, giá sapendosi vicino, decise di dormire nel bosco a pochi kilometri da casa sua.

La mattina dopo si diresse verso il suono dell’acqua per dissetarsi, emozionato dall’immagine del rincontro con Alice l’Albero Felice! 
Ma, mentre si sporgeva per bere, un sasso cedette e lui cadde, avvolto dall’acqua impetuosa, senza nulla a cui aggrapparsi.

Giró e rigiró su se stesso, strapazzato dalle roccie che vi dormivano dentro senza sapere che quell’ometto non poteva morire: aveva una promessa da mantenere.

Tobias venne trasportato malamente dal fiumicciattolo lungo la collina, giú per i campi, attraverso le praterie.
Ma ecco che qualcosa lo trattenne, bloccó ed abbracció.

Alice lo sentí avvinghiarsi ai suoi rami e subito seppe che era lui; era tornato, come aveva sempre fatto.
Tobias si sentí abbarcciare, proteggere, e subito seppe che era il suo albero, il suo unico vero amico, che l’aveva atteso fino a quel momento.
L’ultimo.
Si guardarono in silenzio: “non mi abbandonare.”

Le loro anime urlavano all’unisono.
Tobias sapeva che Alice non lo poteva trattenere.
Alice sapeva che Tobias non lo poteva evitare.

Ambedue rotolarono nel fiume, trasportati dall’acqua verso il lago, abbracciati l’uno all’altro in una promessa.

Appena addentrati nel lago, entrambi si convertirono in due pesciolini, come sempre avevano desiderato essere: uguali ed inseparabili, insieme per sempre.

Story by Benedetta Tagliaferri.

JEFF

In INTER-REVIEWS on December 14, 2011 at 3:37 pm

Intervista con Jeff Greenberg.

jeff greenberg

LILA intervista Jeff Greenberg, proprietario del mitico studio di registrazione Village Recorder a Los Angeles e figura chiave della scena musicale dalla fine degli anni sesanta ad oggi. 

La segretaria mi avvisa che Jeff sará in ritardo di dieci minuti e mi offre un caffé e una sedia. Fra le svariate targhe trofeo che ricoprono le pareti della luminosa reception, finisco proprio davanti a quella per Californication, album dei Red Hot Chili Peppers registrato qui a fine anni novanta che ha segnato la consacrazione della band.
E finalmente arriva lui, Jeff. Sempre di corsa. Sempre in bilico. Sempre imprendibile, anche quando é lí per te.
Mi porta nella cucina al piano di sopra. Si scusa un momento, sbircia in giro e, noncurante di quale dio del rock possa sentire, urla al piano di sotto che mancano tutte le carte assorbenti. Cucina e bagno.
E poi si siede accanto a me.

LILA: Dove sei cresciuto?

JEFF: A Los Angeles. Hancock Park.

LILA: Wow, quartiere ebreo con ville stupende.

JEFF: Al tempo era strano… non come oggi.

LILA: Strano come?

JEFF: La mia famiglia era ebrea ma, quando ci siamo trasferiti lí negli anni cinquanta, eravamo un’eccezione. Mia madre faceva un gigante albero di Natale per farci sentire uguali agli altri ma, soprattutto alle scuole superiori, l’antisemitismo l’ho sentito. Ero sempre a disagio, sempre fuori posto, sempre diverso.

LILA: Dev’esserti andata meglio dopo, no? Si dice che dietro le quinte tutta Hollywood, dalla musica al cinema, sia in mano agli ebrei. Che si aiutano solo a vicenda.

JEFF (ride): Alcuni entrano nel mio ufficio e mi chiedono dov’é Mr. Greenberg, aspettandosi una persona coi capelli neri, la barba e il look da tempio…

LILA: …e tu gli rispondi che é il fascinoso rocker biondo dall’eleganza senza tempo che hanno di fronte…

JEFF (arrossendo): …i cliché sul potere degli ebrei sono vecchi. Oggigiorno ci sono persone di successo di tutte le provenienze.

LILA: La musica ti ha aiutato a superare quel senso di diversitá?

JEFF: Assolutamente. Mio padre era – ed é- un gran musicista. Portava a casa strumenti che suonava ad orecchio. E mi dava lezioni di piano.

LILA: La prima canzone che ti ha travolto?

JEFF: The Wayword Wind di Gogi Grent. Da bambino ho imparato l’organo francese per suonarla.

LILA: E da adolescente?

JEFF: Highway 61 e molte altre di Bob Dylan. La musica era l’unico modo di trovare pace e sollievo.

LILA: Cosí ti sei buttato nel settore…

JEFF: A diciotto anni. Io e il mio amico giocavamo a fare i manager di una band che si chiamava T.I.M.E., una delle migliori che abbia mai sentito a tutt’oggi.

LILA: Che fine ha fatto?

JEFF: Eravamo completamenti inesperti, quindi onesti e diretti come nessun’altro. Avevamo strappato un gran contratto discografico e l’avevamo piazzata al The Experience, un locale sul Sunset Boulevard dove al tempo suonava anche Alice Cooper. Ma poi qualcuno sparó al batterista.

LILA: Era coinvolto in una gang di LA?

JEFF: No, si pensa sia stata una band rivale.

LILA: Quando si dice rock

JEFF: La band finí e io finii a lavare bicchieri backstage del club per gli altri concerti… quello fu il primo vero lavoro.

LILA: Ti sei mai occupato di produzione?

 Jeff volta la domanda a Scott, un ragazzo hip sulla trentina che é appena salito in cucina con in mano svariati tipi di carte assorbenti. E scoppiano a ridere.

JEFF: Scott ha appena co-prodotto con me i Mumiy Trolls, una rockband russa. Scott é un ingeniere del suono bravissimo.

LILA:Dalla console alla carta igenica, eh? Vedo che ci vuole flessibilitá per lavorare per te, Jeff… cos’altro?

JEFF: Incredibili doti musicali. Assumo spesso ragazzi giovani appena laureati alla UC Berkeley, perché bisogna essere giá incredibili musicisti solo per essere ammessi in quell’universitá. Loro sanno parlare lo stesso linguaggio musicale degli artisti  che vengono a registrare qui.

LILA: La miglior parte di essere il proprietario di questo studio?

JEFF: Dimenticarsene. Io non mi sento il padrone. Sono solo al servizio di questa struttura storica e dei nostril clienti.

LILA: Il ricordo piú bello?

JEFF: Il miracolo della resurrezione. Questo posto lo presi a pezzi nel 1995. Dopo averlo completamente rimodernato chiamavo le case discografiche e spiegavo che qui avevano registrato i Rolling Stones e i Pink Floyd e loro mi rispondevano: “Ma chi vuole registrare dove hanno registrato le canzoni dei loro genitori?!”

LILA: E come li hai convinti?

JEFF: E` stata la fortuna. La prima band che ci ha dato una chance ha partorito un album nominato per sette Grammy. Parlo di Mellon Collie and The Infinite Sadnessdegli Smashing Pumpkins, album simbolo degli anni novanta. Saró grato a Billy Corgan a vita.

LILA: Dammi una fotografia dal tuo album degli anni sesanta.

JEFF: Io e Bob Dylan seduti in una limousine bloccata nel traffico di New York. Cosí é nata Stuck In The Middle.

LILA: Dai settanta.

JEFF: Quattrocentomila persone al concerto Cal Jam del 1978 con Aerosmith, Santana, Foreign e Heart che organizzai con Don Branker.

LILA: Gli Aerosmith li rappresentavi anche quando lavoravi come agente all’agenzia ICM?

JEFF: Si, fu una parentesi negli anni ottanta.

LILA: Oh, sugli ottanta ho una curiositá:  é vero che Axl Rose é insopportabile?

JEFF (stupito): Conosci Axl Rose?

Gli faccio una liguaccia.

JEFF: Negli anni ottanta organizzavo concerti ed eventi al Greek Theatre di Hollywood, dove invitavo ad esibirsi anche personalita` della danza come Martha Graham e Rudolf Nureyev. Axl l’ho conosciuto solo recentemente; da inizio duemila ha passato otto anni al Village per realizzare Chinese Democracy coi nuovi Guns. Posso dire solo parole positive su di lui.

LILA: Per convenienza?

JEFF: No, per amicizia. Scrivilo, per favore.

LILA: La ricetta del successo di un’artista?

JEFF: Talento, di cui solo la natura ha la ricetta. Intelligenza. E perseveranza. L’idea che l’artista riesca ad essere remunerato nel corso della propria vita é cosa recente nella storia. Vince chi fa arte  perché non puó farne a meno. Come respirare. I soldi non pagano, se sono l’unico obbiettivo.

LILA: Cosa conosci dell’Italia?

JEFF: La bellezza.

LILA: Sai chi é Vasco Rossi?

JEFF: No.

LILA: Laura Pausini?

JEFF: No.

LILA: Eros Ramazzotti?

JEFF (scuote la testa divertito): Mi spiace, no. Ma conosco Andrea Morricone. E il padre Ennio. Andrea registra qui molte colonne sonore. Adoro la sua combinazione di strumenti. Conduce l’orchestra alla Jimi Hendrix. E Bocelli ha registrato qui un album di Natale.

LILA: La band piú sottovalutata di tutti i tempi.

JEFF: Ah, molte. Wet Willie e The 88, entrambe di LA, sono le prime che mi vengono in mente.

LILA: Qualcuno di nuovo con cui vorresti lavorare al Village?

JEFF: Nick Cave. Gli altri sono giá stati qui tutti credo.

LILA: Anche Lady Gaga. La trovi sexy?

JEFF: La trovo estremamente dolce, evoluta e piena di grazia.

LILA: Sei sicuro?

JEFF: Si. E per niente sorpreso del suo successo.

LILA: La donna piú talentuosa che hai incontrato.

JEFF: Bette Midler. Professionale senza paragoni. Nessuno mi ha ispirato piú di lei nell’intero show business.

LILA: La piú irresistibile che abbia mai messo piede al Village.

Jeff pensa e ripensa….

LILA: Non dovresti pensarci sú cosí tanto, Jeff…

JEFF: Ma si, ovviamente tu Liliana…

LILA: Good boy!

JEFF: …e poi loro, tutte le donne del mio staff. E ce ne sono tante, lo dovresti sapere…

LILA: Oh, ti riferisci alla mia amica Eleanor (Goldfield, ingegnere del suono e cantante della band di LA Rooftop Revolutionaries).

JEFF: Si, sono loro le piú irresistibili. E, senza di loro, non resisterei.

Intervista di Liliana Isella.

 

 

%d bloggers like this: